Immagina un’azienda manifatturiera in cui ogni pezzo sembra avere una vita propria: forme diverse, lavorazioni diverse, passaggi diversi. Il risultato è il caos produttivo: sprechi ovunque, tempi morti e materiali che girano in tondo per lo stabilimento.
Ora immagina invece un contesto più razionale, dove i prodotti simili vengono lavorati insieme, in celle produttive organizzate con logica, precisione e buon senso. È qui che entra in gioco la Group Technology (GT): una filosofia di produzione che ti permette di raggruppare i pezzi giusti al posto giusto, creando flussi più snelli ed efficienti.
Ma come si fa a capire quali prodotti possono stare insieme? E come si costruisce, passo dopo passo, una cella produttiva logica e sostenibile?
In questo articolo trovi risposte concrete, metodi facili da applicare, esempi numerici, grafici concettuali e un linguaggio chiaro, utile anche per preparare una proposta in riunione o spiegare il cambiamento al tuo team.
Prima di tutto: cos’è una famiglia di prodotto?
Una famiglia di prodotto, o cluster, è semplicemente un gruppo di componenti che richiedono lavorazioni simili e quindi possono essere prodotti nella stessa cella produttiva. Invece di organizzare l’officina per tipo di macchina (torni qui, fresatrici là, trapani laggiù), con la Group Technology organizzi per famiglia di pezzi: ogni cella ha le macchine necessarie a lavorare quel tipo di prodotti.
Il vantaggio? Meno trasporti interni, meno tempi di setup e più efficienza. Ma la domanda da un milione di dollari è: come capiamo quali pezzi sono simili?
Metodi principali per individuare le famiglie di prodotto
Se il concetto di produzione a celle è chiaro, lo è meno il metodo per capire come formare una famiglia di prodotto. Di sistemi ce ne sono diversi, alcuni sono più utili e altri meno. Oggi esistono metodi molto più agili del vecchio Production Flow Analysis…
In questo articolo ne vediamo soprattutto due: l’Algoritmo di Ordinamento Binario e i Coefficienti di Similarità. Analizziamoli.
Production Flow Analysis: cos’è e perchè è considerato “vecchio”
Il Production Flow Analysis (PFA) è uno dei primi metodi usati per individuare famiglie di componenti simili, e si basa sui cicli di lavorazione dichiarati. Il suo limite principale è che richiede un’analisi qualitativa spesso soggettiva e molto dispendiosa in termini di tempo, perché lavora con flussi descritti manualmente, tabulati e confronti “a occhio”.
Per un’azienda che produce migliaia di articoli diversi (o in continua evoluzione), il PFA rischia di diventare un collo di bottiglia.
Perché gli altri metodi sono considerati “più giovani”?
Metodi come l’Algoritmo di Ordinamento Binario e i Coefficienti di Similarità sono nati in contesti in cui l’informatica industriale ha permesso di raccogliere e processare matrici di grandi dimensioni. Inoltre, sono più agili perché non richiedono interpretazioni umane per funzionare e si possono applicare con regole chiare, calcoli semplici e visualizzazioni efficaci. Entrambi:
- automatizzano il confronto tra componenti, rendendolo oggettivo e replicabile
- si basano su dati facilmente estratti da un ERP o da un foglio di lavoro
- sono più adatti a gestire grandi volumi di dati.

L’Algoritmo di Ordinamento Binario: cos’è e perché usarlo
Vuoi uno strumento rapido per iniziare a ragionare per famiglie di prodotto? Questo metodo fa per te, e spesso basta per ottenere risultati concreti già dal giorno dopo!
L’Algoritmo di Ordinamento Binario è una tecnica intuitiva molto potente che identifica gruppi di prodotti simili a partire da una rappresentazione tabellare del lavoro. Come si fa a creare una tabella? Il punto di partenza è la costruzione di una matrice binaria, in cui:
- le righe rappresentano le macchine disponibili in stabilimento,
- le colonne rappresentano i pezzi o componenti che devono essere lavorati,
- ogni cella contiene un 1 se quel pezzo richiede una lavorazione su quella macchina, altrimenti contiene uno 0.
Qual è lo scopo della tabella? Riordinare le righe e le colonne in modo tale da evidenziare dei blocchi compatti di 1. Questi blocchi rappresentano i cosiddetti cluster di prodotto, ovvero gruppi di pezzi che seguono cicli produttivi simili e che possono essere trattati all’interno della stessa cella produttiva.
È un po’ come fare ordine in un armadio disordinato: sposti gli oggetti (righe e colonne) fino a quando calzini, magliette e pantaloni finiscono ognuno nel proprio cassetto. Solo che qui i “cassetti” sono le famiglie di prodotto.
Questa logica ti consente di visualizzare in maniera chiara e strutturata come organizzare la produzione, riducendo al minimo la necessità di passaggi superflui tra una macchina e l’altra. Ed è proprio l’effetto di questo riordinamento che genera un layout a “blocchi compatti”.
Esempio base di Algoritmo di ordinamento binario
Abbiamo detto che le righe rappresentano le macchine, le colonne rappresentano i pezzi o i componenti. Dal loro incrocio otteniamo una tabella come questa:

Le celle contengono il numero 1 se quel pezzo richiede una lavorazione su quella macchina, altrimenti contengono uno 0.
Quali sono i passi necessari a determinare le famiglie di prodotto?
Passo 1: calcola il peso di ogni riga
Il peso è la somma dei valori binari moltiplicati per potenze di 2 decrescenti da sinistra a destra:
Esempio per la riga M1:
(1×24) + (1×23) + (0×22) + (1×21) + (1×20) = 16 + 8 + 0 + 2 + 1 = 27
Fai lo stesso per le altre righe:
- M2: (1×16) + (1×8) + (0×4) + (0×2) + (0×1) = 24
- M3: (0×16) + (0×8) + (1×4) + (1×2) + (0×1) = 6
- M4: (0×16) + (0×8) + (1×4) + (0×2) + (1×1) = 5.
Passo 2: ordina le righe in base al peso (decrescente)
Basta mettere in ordine decrescente i risultati ottenuti. Il nuovo ordine (in questo caso coincidente con quello iniziale) è: M1, M2, M3, M4.
Passo 3: calcola il peso delle colonne
Ripeti la stessa logica, ma sulle colonne:
- P1: [1, 1, 0, 0] → (1×8) + (1×4) + (0×2) + (0×1) = 12
- P2: [1, 1, 0, 0] → 12
- P3: [0, 0, 1, 1] → (1×2) + (1×1) = 3
- P4: [1, 0, 1, 0] → (1×8) + (1×2) = 10
- P5: [1, 0, 0, 1] → (1×8) + (1×1) = 9.
Passo 4: riordina anche le colonne
Il nuovo ordine delle colonne è il seguente: P1, P2, P4, P5, P3.
Passo 5: ripeti i passi 1-4
L’algoritmo di ordinamento binario è iterativo: una sola applicazione dei passaggi 1–4 raramente basta per ottenere una matrice davvero ordinata. Serve ripetere l’intero ciclo per ottenere risultati affidabili.
Continua finché i risultati non si stabilizzano
Ogni volta che ricalcoli i pesi e riordini righe e colonne, la matrice cambia forma: alcuni 1 si raggruppano, altri si allontanano. Dopo 2–4 iterazioni, però, noterai che le righe e le colonne smettono di cambiare posizione: quello è il segnale che la matrice si è stabilizzata.
Quando vedi che i valori 1 si sono addensati in blocchi ben distinti lungo la diagonale principale della matrice, sei a posto. I blocchi non sono matematicamente perfetti, ma visivamente riconoscibili: gruppi di 1 raccolti in zone quadrate o rettangolari, con pochi 0 sparsi.

Ti do un suggerimento operativo: puoi colorare la matrice (nero per 1, bianco per 0) oppure usare software che ti evidenzino automaticamente i cluster (come Excel con la formattazione condizionale o altri strumenti specifici come Cell Formation Utility, FlowShop GT, ecc.).
Schema di layout fisico per l’ordinamento binario
Sei arrivato a buon punto perché, quando i cluster sono stati identificati, puoi passare al layout di cella: ogni famiglia ha la propria area fisica, con macchine in sequenza logica. Un esempio tipico:
- Cella A: tornio → trapano → rettifica
- Cella B: fresatrice → alesatrice → lucidatrice.
Questo evita trasporti incrociati e riduce i tempi di attraversamento.
Insomma, quello che all’inizio sembra solo un gioco di 0 e 1 diventa presto un vero e proprio strumento strategico. Individuare famiglie di prodotto e trasformarle in celle produttive significa passare da una produzione “a inseguimento” a una produzione per flussi ragionati, veloci e controllabili.
È un po’ come mettere ordine in una casa troppo piena: quando ogni cosa ha il suo posto, tutto scorre meglio.
Coefficienti di Similarità: cosa sono e come si calcolano
A volte, le somiglianze più significative tra i pezzi emergono dai dettagli meno evidenti: materiali, forme geometriche, sequenze di lavorazione, tolleranze dimensionali, trattamenti termici, finiture… È qui che entra in gioco un approccio più raffinato: i Coefficienti di Similarità.
Questo metodo si comporta come un detective industriale: non si accontenta di vedere dove passano i pezzi, ma vuole capire come e perché si assomigliano. È una tecnica usata per quantificare la somiglianza tra due prodotti, attribuendo un punteggio numerico basato su più criteri.
Ogni criterio (macchina, forma, materiale, ecc.) viene pesato e confrontato, e alla fine si ottiene un indice che va da 0 (completamente diversi) a 1 (identici per tutti gli attributi considerati).
La forza di questo approccio è la sua flessibilità: puoi decidere tu quali caratteristiche contano di più per la tua azienda e adattare l’algoritmo alle tue esigenze operative. È una vera e propria cassetta degli attrezzi per creare celle produttive più intelligenti, basate su affinità reali e non solo sulla vicinanza fisica delle lavorazioni.
Vuoi far funzionare i Coefficienti di Similarità?
Per stabilire le famiglie di prodotto da inserire nelle tue celle di produzione, ti consiglio di seguire questi passaggi:
- Definisci le variabili descrittive per ogni pezzo: tipo di lavorazioni, numero operazioni, materiale, geometria, tolleranze, ecc.
- Confronta a coppie tutti i pezzi per verificare quanto sono simili.
- Costruisci una matrice di similarità.
- Applica le tecniche di clustering per creare i gruppi.
Per rendere tutto questo più concreto, ti propongo un piccolo esempio costruito su misura, semplice ma abbastanza realistico da far emergere bene la logica dei Coefficienti di Similarità. È un esempio con 4 pezzi e 4 macchine.
Passo 1 – Definisci le variabili
Immagina di avere 4 pezzi: P1, P2, P3, P4, e 4 macchine: M1, M2, M3, M4. Oltre alle macchine utilizzate, considera anche due attributi aggiuntivi, materiale e forma, in questo modo:

Ora calcola la similarità tra P1 e gli altri pezzi.
Passo 2 – Calcola la similarità delle macchine
Per stabilire quanto i pezzi sono affini, usa l’indice di similarità di Jaccard (una misura che serve a confrontare due insiemi e a capire quanto sono simili), in questo modo:
Sim = (numero macchine in comune) / (numero macchine totali utilizzate almeno una volta)
- P1 vs P2 → {M1, M2} ∩ {M1, M2} = 2 comuni → Sim = 2 / 2 = 1.0 %
- P1 vs P3 → {M1, M2} ∩ {M2, M3} = 1 comune → Sim = 1 / 3 = 0.33 %
- P1 vs P4 → {M1, M2} ∩ {M3, M4} = 0 comuni → Sim = 0 / 4 = 0.0 %
Passo 3 – Individua la similarità dei materiali
Qui basta osservare il materiale di cui è fatto l’oggetto e attribuire il valore 1 se i pezzi sono dello stesso materiale, 0 se il materiale è diverso:
- P1 vs P2 = 1 (entrambi alluminio)
- P1 vs P3 = 0
- P1 vs P4 = 0
Passo 4 – Individua la similarità sulla forma
Come puoi intuire facilmente, anche in questo caso, il confronto si fa scrivendo 1 se uguale, 0 se diverso.
- P1 vs P2 = 1 (entrambi tondi)
- P1 vs P3 = 0
- P1 vs P4 = 1.
Passo 5 – Attribuisci un peso
Ora sommiamo i coefficienti attribuendo i pesi (per esempio):
- 50% alle macchine
- 30% al materiale
- 20% alla forma
E moltiplicali per i valori ottenuti in precedenza:
- P1 vs P2: (1.0×0.5) + (1×0.3) + (1×0.2) = 1.0 %
- P1 vs P3: (0.33×0.5) + (0×0.3) + (0×0.2) = 0.165 %
- P1 vs P4: (0.0×0.5) + (0×0.3) + (1×0.2) = 0.2 %
Come analizzare i risultati e creare le famiglie di prodotto
Analizziamo i confronti del nostro esempio:
- I pezzi P1 e P2 sono perfettamente identici per tutti e tre i criteri: usano le stesse macchine, sono fatti dello stesso materiale e hanno la stessa forma. Questo si riflette in un indice di similarità pari a 1.0: non ci sono differenze. Possono quindi essere assegnati senza esitazione alla stessa famiglia di prodotto.
- Il pezzo P4 ha un solo punto in comune con P1 (la forma tonda), ma utilizza macchine completamente diverse e ha un materiale differente. Il punteggio di similarità (0.2) è quindi piuttosto basso, ma potrebbe essere sufficiente per un’ulteriore valutazione se stessimo cercando di unire famiglie “debolmente simili” e se dovessimo saturare gli impianti o ottimizzare gli spazi.
- Infine, P3 condivide una sola macchina con P1, ma differisce sia per il materiale che per la forma. Il suo punteggio è il più basso (0.165), e indica che non dovrebbe far parte della stessa famiglia.
Come puoi vedere, questa è un’analisi che permette al tuo responsabile di stabilimento di ragionare con dati oggettivi e prendere decisioni razionali su quali pezzi raggruppare e come strutturare le celle.
Quando usare l’Algoritmo Ordinario Binario e quando i Coefficienti di Similarità?
Ogni metodo ha i suoi punti di forza. Non c’è una formula magica che funzioni per tutte le situazioni, ma puoi orientarti meglio se conosci il contesto in cui ti trovi.
- L’Algoritmo Ordinario Binario è più indicato quando hai già una matrice pezzo/macchina, i tuoi prodotti sono piuttosto standardizzati e vuoi ottenere cluster in modo rapido e con un algoritmo semplice, replicabile anche in Excel. È ottimo per una prima organizzazione per famiglie, basata solo sulla sequenza operativa.
- I Coefficienti di Similarità sono utili quando i tuoi prodotti sono più complessi, con molte variabili qualitative di cui tenere conto (materiali, tolleranze, forme, percorsi, priorità). Sono ottimi se vuoi una classificazione più raffinata, valida anche per scelte strategiche future.
In realtà, questi due metodi non si escludono a vicenda: in molti casi, è efficace usarli in sequenza. Ad esempio, puoi:
- Applicare l’Ordinamento Binario per ottenere una prima bozza di famiglie basata su dati certi e oggettivi (le macchine usate);
- Rifinire i cluster usando i Coefficienti di Similarità, integrando variabili più soggettive e qualitative come il materiale o le tolleranze.
Questo approccio ibrido ti aiuta a essere veloce e ad andare in profondità. Passi con facilità da una logica di officina a una logica gestionale più ampia, adatta a un’azienda industriale o manifatturiera. Pertanto ti consiglio di provare ad applicare entrambi. È lo stesso suggerimento che do ai clienti che si rivolgono a me per una consulenza aziendale o un corso di formazione.
Forse ti stai chiedendo se esistono solo questi due metodi per definire quali prodotti inserire nelle tue celle di produzione. In realtà, anche se l’Algoritmo Ordinario Binario e i Coefficienti di Similarità sono i più usati, non sono gli unici. Per praticità, qui di seguito ti presento un altro metodo interessante – il clustering con dendrogramma – e più avanti una panoramica generale degli altri.
Clustering con dendrogramma: cos’è e come si utilizza
Un altro modo per raggruppare i pezzi in famiglie è utilizzare un dendrogramma, ovvero un diagramma ad albero che mostra visivamente quanto ogni pezzo è simile agli altri.
Si parte calcolando la similarità tra tutti i pezzi (per esempio con il metodo di Jaccard che abbiamo visto in precedenza), poi si applica un algoritmo di raggruppamento gerarchico come Complete Linkage o Ward, due modi diversi per decidere quando unire i gruppi. Il primo guarda alla distanza tra… i più distanti (!), il secondo cerca di tenere i gruppi i più compatti possibile.
Ecco come appare il risultato:

Questo è l’esempio visivo di dendrogramma applicato a un gruppo di 5 pezzi (P1–P5), ognuno caratterizzato da 3 attributi. Puoi notare come:
- P1 e P2 si uniscono subito, essendo identici;
- P3 e P4 si avvicinano successivamente;
- Mentre P5 rimane più distante perché è al centro.
Ma come si fa a capire che P1 e P2 si uniscono subito?
Nel dendrogramma, i pezzi che si uniscono più in basso (o più a sinistra, per intenderci) sull’asse verticale sono quelli più simili (cioè a distanza più breve). Le etichette P1 e P2, inoltre, sono collegate da un segmento orizzontale molto in basso (di colore viola, poco visibile in figura, ma c’è!), e prima di qualsiasi altra unione, per cui significa che si fondono nel primo cluster generato.
Il bello è che si tratta di un processo visivo.
Più l’unione avviene “in basso” nell’albero, più i pezzi sono simili. Quando tagli il dendrogramma a una certa altezza, decidi quante famiglie vuoi ottenere.
Tagli più in basso?
Più famiglie, più specifiche.
Tagli più in alto?
Meno famiglie, ma più ampie.
È come osservare l’albero genealogico della tua produzione: puoi scegliere se fermarti ai cugini di primo grado o risalire fino agli antenati comuni.
Mini-guida al clustering
Ok, hai compreso l’approccio concettuale. Hai visto esempi numerici, grafici, layout fisici e qualche algoritmo in azione. Ma quando ti trovi davanti al tuo gestionale, con centinaia o migliaia di codici prodotto, da dove cominci davvero?
Qui sotto trovi una mini-guida pratica per applicare in azienda i metodi di clustering con buon senso e con gli strumenti giusti. Niente formule complesse o software esoterici: solo ciò che serve per passare dal “capisco” al “faccio”.
Puoi procedere così:
- Usa software come Excel, R o Python (scikit-learn) per calcolare le matrici di similarità.
- Decidi quali caratteristiche considerare: non troppe (sennò rischi di andare in confusione), ma non troppo poche (altrimenti potresti pagare in termini di precisione).
- Applica una soglia: ad esempio, raggruppa solo pezzi con similarità > 0,7. Naturalmente, la soglia è arbitraria e dipende dalla varietà dei tuoi pezzi, dal livello di dettaglio desiderato e dalle esigenze della tua produzione. Ma se metti la soglia troppo alta (es. 0,9), rischi di avere troppe famiglie con pochi pezzi. Se la metti troppo bassa (es. 0,4), finisci con celle poco omogenee e quindi meno efficienti.
- Verifica i gruppi che ottieni insieme al personale tecnico: il buon senso vince sempre.
I vantaggi pratici dalla creazione dei cluster di prodotto
Fin qui abbiamo parlato di teoria, ma io ci tengo sempre a riportare tutto alla realtà delle aziende con cui lavoro. I vantaggi che sto per presentarti non sono tratti da articoli accademici o da slide copia e incolla: li ho visti con i miei occhi, affiancando imprenditori, responsabili di produzione e operatori nel quotidiano.
Ogni volta che introduco la logica dei cluster, osservo piccoli (e a volte grandi) cambiamenti: nel modo in cui le persone si parlano, nella facilità con cui si programma la produzione, nella fiducia che si crea attorno al processo.
Ecco i benefici più ricorrenti, raccolti durante i miei interventi di consulenza in officina:
Riduzione dei tempi di setup: (fino al 40%)
In una carpenteria metallica con cicli brevi, solo raggruppando prodotti simili siamo riusciti a evitare il cambio continuo degli utensili tra una lavorazione e l’altra. Il tempo medio di attrezzaggio è passato da 28 a 16 minuti. Una rivoluzione, se pensi che lì si facevano anche 15 cambi al giorno.
Meno movimentazioni interne
In un’azienda del settore arredamento, i pezzi giravano per oltre 200 metri prima di essere finiti. Dopo la creazione di celle dedicate (basate su famiglie di prodotto), il flusso si è accorciato del 45%. Risultato? Meno muletti in giro, meno attese e anche meno incidenti!
Maggiore specializzazione degli operatori
Ho seguito un caso in cui gli operatori si spostavano ogni giorno da un reparto all’altro, finendo per conoscere tutto… ma in modo superficiale. Con le celle, ognuno si è specializzato su una famiglia specifica, migliorando la qualità e riducendo i micro-errori (quelli che non fanno scattare l’allarme, ma che costano caro).
È più facile programmare la produzione
Quando ogni cella ha una chiara competenza (famiglia A, B, C…), diventa molto più semplice bilanciare i carichi, assegnare le urgenze, e soprattutto vedere subito dove il collo di bottiglia si sta formando. Un’azienda meccanica che seguo ha ridotto del 32% il tempo medio per emettere il piano di produzione settimanale.
Aumenta il livello di servizio al cliente
In un’impresa che produceva componenti per la GDO, ogni ritardo in produzione si traduceva in una consegna mancata. Dopo la riorganizzazione in celle, i tempi di attraversamento si sono accorciati e il lead time complessivo è calato del 22%. Immagina la felicità del cliente finale e… del commerciale!
Tracciabilità migliorata e maggiore controllo qualitativo
Quando ogni cella lavora solo certi tipi di pezzi, è più facile capire dove si genera un problema. In un’azienda di packaging, abbiamo collegato ogni cella a un report giornaliero. Bastava un’anomalia nei dati per andare subito a mirare il punto critico, senza dover indagare a ritroso tra dieci reparti.

Se ti stai chiedendo: posso ottenere anch’io risultati così?
La risposta è sì. Contattami, che ne parliamo.
Cosa succede dopo la creazione dei cluster di prodotto?
La creazione dei cluster, di solito, è solo il primo passo di una trasformazione operativa molto più ampia. È un po’ come decidere la disposizione dei tavoli prima di organizzare una cena. Una volta che sai chi siede con chi, bisogna preparare tutto il resto perché la serata funzioni.
In azienda succede lo stesso: una volta individuate le famiglie di prodotto, si apre una nuova fase operativa molto concreta.
Ecco cosa accade, in pratica, nei progetti che seguo:
- Si definiscono i ruoli e le competenze
Non basta spostare le macchine: vanno formate le persone. Gli operatori delle celle devono conoscere l’intero ciclo di lavorazione del cluster, non solo “la loro” macchina. Questo richiede formazione, affiancamento e, a volte, anche un cambio di mentalità. - Si introducono strumenti di gestione visiva
Kanban, lavagne di avanzamento, semafori produttivi, etichette a colori: tutto ciò che aiuta a rendere visibile lo stato dei lavori. Le celle funzionano meglio quando l’informazione è condivisa in tempo reale, senza bisogno di telefonate o e-mail! - Si monitorano saturazione ed efficienza
Ogni cella deve essere misurata. Quanto è occupata? Quanti pezzi produce al giorno? Dove rallenta? Per questo si introducono degli indicatori semplici (OEE, saturazione delle risorse, lead time interno) per guidare i miglioramenti continui. La logica a celle permette confronti utili anche tra gruppi diversi.
E attenzione al mantenimento
Creare i cluster è un ottimo punto di partenza, ma mantenerli aggiornati è ciò che li rende davvero utili nel tempo. In azienda, nulla resta fermo: cambiano le commesse, cambiano i fornitori, cambiano i pezzi. E spesso entrano nuovi prodotti o si modificano quelli esistenti. Se le famiglie non vengono riviste periodicamente, rischiano di diventare rigide, scollegate dalla realtà quotidiana, e addirittura controproducenti.
Per questo, ti suggerisco sempre di prevedere una verifica regolare, da inserire nel tuo calendario operativo come un qualsiasi altro controllo strategico:
- Ogni 6 mesi, ricalcola i cluster
Utilizza i dati aggiornati sulle lavorazioni effettive. Anche una piccola variazione nelle richieste può portare un pezzo a migrare da una famiglia a un’altra. - Raccogli feedback sulle anomalie dagli operatori
Sono loro i primi ad accorgersi se qualcosa non torna. Se un pezzo “rompe” il flusso o richiede costanti deviazioni, è segno che il cluster va rivisto. - Rivedi il layout fisico (se le famiglie cambiano troppo)
In alcuni casi, serve modificare anche la disposizione delle macchine o lo spazio dedicato a una cella. Ti può bastare spostare una macchina, oppure ridistribuire gli attrezzi. L’importante è non irrigidirsi: la flessibilità è parte del metodo.
Un buon cluster funziona come una squadra affiatata: se entra un nuovo membro, va inserito con cura; se uno esce, bisogna ribilanciare il gruppo. Il mantenimento non deve essere burocratico, ma uno strumento che protegge l’efficacia operativa nel tempo.
Altri metodi per formare i cluster di prodotto
I due approcci che abbiamo visto – Ordinamento Binario e Coefficienti di Similarità – coprono già la stragrande maggioranza dei casi in azienda. Ma se ti stai chiedendo se esistano anche altri strumenti per creare cluster di prodotto… la risposta è sì. E ogni metodo ha il suo perché.
Ecco una panoramica sintetica dei principali:
Metodi gerarchici
Li trovi anche in Statistica o in Bioinformatica, ma non farti spaventare perchè sono molto visuali e intuitivi.
Funzionano così: all’inizio, ogni pezzo è considerato come un’entità separata, un po’ come se ciascuno fosse su un’isola tutta sua.
Il sistema poi confronta tutti i pezzi a due a due e unisce quelli più simili, formando delle prime coppie. Se, ad esempio, P1 e P2 sono molto simili, li mette insieme per primi. Poi guarda chi è il più simile a questo primo gruppo, e lo unisce, e così via, costruendo dei gruppi sempre più grandi.
Il risultato finale è un diagramma ad albero (il famoso dendrogramma che abbiamo appena visto), dove i rami si uniscono in base al livello di somiglianza. Più bassa è l’altezza del ramo che li unisce, più i pezzi sono simili. A quel punto, puoi “tagliare” l’albero a una certa altezza – come se lo stessi potando – per ottenere il numero di famiglie che ti serve.
Più tagli in basso (cioè con rami molto simili), più ottieni famiglie molto omogenee ma numerose. Se invece tagli più in alto, crei meno gruppi ma con più varietà all’interno.
Se ti piace ragionare per immagini, o hai tanti dati da visualizzare, sono l’ideale.
Clustering per similarità strutturale (design-based)
Hai a che fare con i disegni tecnici, il CAD, le forme geometriche e le caratteristiche funzionali? Allora questo metodo è pane per i tuoi denti.
Qui i pezzi vengono raggruppati non tanto per le macchine che usano, ma per come sono fatti: lunghezze, fori, raggi di curvatura, materiali.
Lo usano molto le aziende aerospace, automotive o chi lavora con grande precisione.
Certo, hai bisogno di una base dati ben fatta, con una descrizione dettagliata e uniforme di ogni pezzo: forma, dimensioni, tipo di materiale, rugosità, tolleranze geometriche, ecc.
Ma può darti risultati sorprendenti perché mette in evidenza somiglianze che non si vedono a occhio nudo.

Metodi euristici
Qui entriamo nel campo della “matematica fatta in casa” (ma con cervello).
Gli algoritmi euristici, infatti, sono soluzioni ad hoc, create su misura per risolvere problemi complessi dove ci sono tante variabili, tanti vincoli, e tante, TANTE eccezioni.
Si ispirano a come lavora il cervello umano: provano, sbagliano e riprovano meglio.
Se in azienda hai qualcuno bravo con l’informatica, o ti affidi a consulenti aziendali esterni, questi metodi possono costruirti la migliore configurazione possibile, anche in casi molto intricati.
Approcci basati sull’intelligenza artificiale e sul machine learning
Sì, anche da queste parti si ha a che fare con l’AI.
Parliamo di metodi come k-means, DBSCAN, clustering supervisionati. I nomi sono complicati ma i concetti sono semplici: il sistema impara da sé quali pezzi si assomigliano, anche sulla base di dati in tempo reale.
Funziona bene quando hai tanti ordini diversi, una produzione su commessa, oppure se il mix cambia spesso e hai bisogno che i cluster si adattino automaticamente. Nelle PMI è ancora raro, ma chi lavora con grandi numeri o ha un sistema MES evoluto, si sta già muovendo per sfruttare le potenzialità.
Ricorda che, qualunque sia il metodo scelto, la vera differenza la fa sempre il modo in cui lo applichi. Anche l’algoritmo più sofisticato ha bisogno di un confronto con chi vive l’officina ogni giorno.
Un caso studio realistico, utile e breve
Caso Studio: Officina meccanica – 300 pezzi diversi, una sfida quotidiana
Si parla di un’azienda meccanica di medie dimensioni, 25 macchine, 38 addetti tra operatori e tecnici, produzione a lotti medi e un catalogo attivo di circa 300 codici prodotto (neanche tanti).
Quando sono stato chiamato per una consulenza, la scena era questa: ogni giorno i responsabili di produzione si arrovellavano per decidere la sequenza dei pezzi, con continui cambi macchina, corse a ritroso per recuperare attrezzaggi dimenticati e una sensazione diffusa di “sovraccarico nervoso”, più che produttivo.
Il problema principale? Tutti i 300 pezzi venivano trattati come casi a sé, senza alcuna logica di raggruppamento. E così, mentre in alcune giornate si alternavano 6 attrezzaggi sulla stessa macchina, in altre ci si ritrovava a dover rilavorare pezzi già passati da lì la settimana prima.
Dopo una fase di osservazione e raccolta dati, ho proposto di applicare l’Algoritmo di Ordinamento Binario. Abbiamo costruito insieme una matrice macchina/pezzo, digitalizzandola da un semplice registro cartaceo usato in officina. Insieme ai tecnici, abbiamo rivisto la logica di codifica e poi calcolato le matrici in Excel.
Il risultato è stato positivo. Abbiamo individuato 7 cluster di prodotto ben distinti, ognuno associato a una sequenza tipica di lavorazioni. È stato possibile creare 7 celle produttive, ciascuna con 3-4 macchine ben distribuite e operatori fissi.
Ecco i miglioramenti rilevati dopo 4 mesi e mezzo:
- Riduzione del 31% nei tempi di attrezzaggio
Prima, ogni macchina cambiava set-up in media 4,6 volte al giorno. Dopo, siamo scesi a 3,1 grazie alla concentrazione di pezzi simili per giornata e turno di lavoro. - Tempo medio di attraversamento abbassato da 4,5 a 3 giorni
I flussi sono più lineari, con meno attese e meno rientri tra reparti. La sensazione condivisa dagli operatori è stata: “Finalmente abbiamo un senso di continuità, non corriamo più come prima.” - Meno errori nei carichi macchina
Con la standardizzazione delle famiglie, anche gli operatori meno esperti riescono a identificare in autonomia i cicli di lavorazione. I reclami interni (schede errate, salti di fase) si sono quasi azzerati.
Oggi l’azienda continua a usare quel layout e ha persino adattato il sistema gestionale per collegare ogni nuovo codice a una delle 7 famiglie, già al momento della creazione.
La logica vince spesso, soprattutto quando viene unita al metodo e a una buona dose di concretezza quotidiana.
Hai bisogno di una mano?
Quando crei un cluster, indipendentemente dal metodo che scegli di applicare, stai portando logica e intelligenza operativa dove prima c’era solo abitudine. Ed è lì che si fa la differenza.
Perché lavorare in un sistema ordinato significa anche migliorare la vita delle persone che ci stanno dentro. Le quali avranno meno stress, più chiarezza e più fiducia nel processo.
Quindi, se stai cercando il prossimo passo concreto per far crescere la tua produzione, inizia dal fare ordine. Guarda nei dati, ascolta il tuo reparto e mappa i flussi. Le famiglie di prodotto sono già lì: devi solo andarle a trovare.
Ma se sei in difficoltà e pensi di aver bisogno di una mano, posso aiutarti.
Parliamone in un caffè virtuale.